Associazione Culturale Aristocrazia Europea

domenica 26 gennaio 2014

Riconciliazione Reale in nome della Beata Maria Cristina

 
 
RICONCILIAZIONE NELLA CASA DI BORBONE-DUE SICILIE
25 gennaio 2014
Una riconciliazione storica is è svolto Venerdì 24 Gennaio 2014 a Napoli, in Italia, tra I rami rivali Della ex Casa reale regnante di Borbone-Due Sicilie-, una divisione che ha avuto inizio con un matrimonio.
Il giorno prima Della cerimonia di Beatificazione Della Venerabile Serva di Dio Maria Cristina di Savoia (Madre di Francesco II, e molto amato dai napoletani), IL Duca di Noto e IL Duca di Castro ha firmato un atto di riconciliazione alle 05:30 , presso l'Hotel Excelsior.
Maria Cristina, la “reginella Santa” che fa incontrare di nuovo I Savoia e Borboni
Napoli - Maria Cristina, nata Savoia, ma sposa di Ferdinando II di Borbone, Regina delle Due Sicilie e Madre di Francesco II, è stata proclamata beata oggi a Napoli con una cerimonia nella Basilica di S. Chiara. Un evento che ha fatto riunire discendenti dei Borbone e dei Savoia e riconciliare I due rami dei Borbone, quelli di Napoli e Spagna, che DA decenni is contendevano I diritti di successione e sull’Ordine Costantiniano di San Giorgio .
Tre Cardinali, sei Vescovi, decine di rappresentanti di case reali europee e di nobili, e quasi duemila fedeli is sono radunati per la “reginella Santa”, come era soprannominata Maria Cristina per la sua devozione e Le sue opere di carità. Figlia di Vittorio Emanuele I e di Maria Teresa d’ Asburgo, aveva sposato a 20 anni, nel 1832 il re delle Due Sicilie, Ferdinando II, ed era morta quattro anni dopo aver dato alla luce Francesco II. Le sue opere sociali, dalla riattivazione delle seteria di San Leucio, agli incentivi alla lavorazione del corallo a Torre del Greco, alle doti di matrimonio alle ragazze povere, sono state ricordate dal Cardinale Sepe all’omelia.
«È stata la regina dei poveri», ha detto Sepe. Il Cardinale Amato, prefetto per la Congregazione dei Santi, inviato del Papa, l’ha additata come un modello per la Chiesa. La festa liturgica per la nuova beata è stata fissata il 31 gennaio, giorno della nascita. Dopo la cerimonia i Principi Carlo e Camilla di Borbone, la Principessa Beatrice, il Principe Casimiro ed i rappresentanti del ramo spagnolo Don Pedro ed il figlio Don Jaime hanno reso omaggio alle tombe dei Borbone-Due Sicilie insieme a Maria Gabriella di Savoia, al Duca Amedeo d’Aosta, ed alla moglie di Emanuele Filiberto, Clotilde Courau.
I due rami dei Borbone di Napoli e di Spagna hanno siglato un «atto di riconciliazione familiare» nel quale riconoscono reciprocamente i titoli dinastici. Se l’attuale pretendente al trono dei Borbone Due Sicilie non dovesse avere eredi maschi la successione passerebbe alla sua morte a Don Jaime, del ramo spagnolo.
Meno bene erano andate le cose alla cena ufficiale dell’evento venerdì sera al Circolo dell’Unione, dove i tavoli di Borbone e Savoia erano distanti ed i rappresentanti delle due dinastie non avevano socializzato. Carlo di Borbone, però, si era prodotto in un perfetto baciamano per salutare Gabriella di Savoia. Nella sfida annunciata tra sostenitori dei Savoia e dei Borbone, invece, non c’è stata partita.
Alcune centinaia di neoborbonici, parte dei quali non ha trovato posto in chiesa, hanno occupato l’esterno della basilica ed hanno salutato con un’ovazione il Principe Carlo, Camilla, e le piccole Maria Carolina e Maria Chiara. Per i discendenti dei Borbone fiori bianchi, applausi e gli omaggi di due bambole vestite con abiti in seta di San Leucio ricamati dalle sarte di via San Gregorio Armeno. E nel pomeriggio i Principi sono stati in visita alla Parrocchia di San Pietro Apostolo, nel popolare quartiere di San Pietro a Patierno. Il parroco ed i bambini della Comunità li hanno accolti con le bandiere ed uno striscione sul quale era scritto «Famiglia reale, benvenuta a casa».

venerdì 10 gennaio 2014

La Marchesa Litta Modignani, autentica Dama della Carità...

Addio alla «marchesa Lia»:  mondanità al servizio della carità

Amalia Litta Modignani aveva 97 anni. Elegante ed eccentrica, ha legato il suo nome alla sanità milanese

IL RICORDO di GIACOMO VALTOLINA – CORRIERE DELLA SERA                               

All’uscita dalla Scala, elegantissima, inforcava la bicicletta per andare in pronto soccorso dai malati. Come una «contrabbandiera» a bordo di un auto di lusso, importava dalla Svizzera i farmaci antirigetto all’epoca dei primi trapianti. Al Policlinico, dove hanno intitolato un padiglione a suo nome, nei ‘50 organizzava spettacoli di prostitute ammalate di sifilide. «Sono la volontaria di tutti» diceva. Era la marchesa «Lia», carismatica, determinata, anche prepotente se necessario. Istituzione della Milano solidale. Rispettata e temuta. Pazienti, medici, politici, grandi industriali, prelati, potenti. Tutti le aprivano la porta, le obbedivano, le erano grati. È morta lunedì, stroncata da un ictus all’età di 97 anni, la marchesa Amalia Litta Modignani, detta Lia.

Medaglia d’Oro al merito ricevuta dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e innumerevoli altre onoreficenze. Negli anni da presidente della «Commissione dei visitatori e visitatrici dell’Ospedale Maggiore Ca’ Granda» (ente costituito nel 1887 come un «gruppo di signori e signore da affiancare al personale sanitario») ha inventato il servizio di assistenza sociale negli ospedali, mettendo sempre «soldi e potere» a disposizione dei più deboli senza tuttavia mai rinunciare a divertirsi. Tanto che si dice fosse lei ad organizzare le più belle feste in città. Nata a Busto Arsizio nel novembre del 1916, nome di famiglia Felli, industriali del tessile, visse a Como fino al matrimonio con Giovanni Camillo Litta Modignani. Verrà ricordata come la marchesa «champagne e carità», divisa tra volontariato e mondanità, nella sua residenza, Palazzo Durini, che fu lei a far ricostruire dopo la guerra. Eccentrica, indossava senza distinzione di occasione tacchi alti, gioielli e abiti coloratissimi.

«Qualche mese fa - racconta il suo braccio destro in Commissione, Beatrice Pistolesi - la incontrai perché aveva rotto il secondo femore. Mi ammonì subito: “Non sei truccata”. Cercai di giustificarmi... lei m’interruppe: “Ma hai un vestito spiritoso, brava”. Era così, attenta alla forma». Ma soprattutto ai contenuti. Baluardo anti burocrazia e contro la politica nella sanità, quando c’era da risolvere un problema le bastava presentarsi senza appuntamento per essere ricevuta. Da Enrico Cuccia come da Giulio Andreotti. E se c’era da comprare un macchinario all’avanguardia, come nel caso di Massimo Del Bo, il padre dell’audiologia italiana, le bastava alzare la cornetta, chiamare un industriale e pagare, rigorosamente in contanti. Perché a questo serviva la sua rete di contatti, la sua esistenza mondana, la sua conoscenza dei «poteri forti» di cui non aveva timore alcuno né riverenza. A raccogliere donazioni.

Ogni vicenda di sanità nel Dopoguerra s’intreccia con la sua figura. Una vita dedicata al volontariato - anche amministrativo, tanto che veniva mandata a visitare le migliori strutture del mondo per conto degli ospedali - la marchesa Litta incarnava lo spirito dei grandi benefattori tipico dell’alta borghesia e della nobiltà milanesi.Un’autorevolezza che lei, anticomunista convinta, non perdeva neppure durante i picchetti del ‘68, con pure i manifestanti a dire: «Lasciate passare la marchesa». Racconta Pistolesi: «Era al di sopra di tutti, quasi gestiva lei i padiglioni dell’ospedale». Donna dura che sapeva essere dolcissima. «Attenta ai giovani e alle loro carriere, mi stanno arrivando tante condoglianze». Una «nonnaccia» la definisce con affetto uno dei nipoti Eugenio, «una donna di carattere», secondo Isa e Jenny, due delle tre figlie rimaste in vita, dopo che qualche mese fa è morta Cristina, colei che l’aveva sostituita alla Commissione, uccisa da un tumore.

E c’è chi giura che non ci sia casualità, che la marchesa, rimasta lucida fino all’ultimo, abbia in qualche modo scelto di lasciarsi andare, per raggiungere la figlia seppellita anzitempo. Donna di grande fede, ortodossa, anche in tema di religione non abbassava lo sguardo davanti a nessuno. Come quando dopo il Concilio vaticano II litigò con Carlo Maria Martini. E in chiesa, a voce alta, sfidava i sacerdoti pregando ad alta voce in latino. I funerali saranno celebrati oggi alle 14.45 nella basilica di San Carlo al Corso. «Inviate donazioni, non fiori»: è l’ultima richiesta della famiglia.

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/14_gennaio_09/addio-marchesa-lia-mondanita-servizio-carita-957eedb4-7913-11e3-a2d4-bf73e88c1718.shtml

 

mercoledì 8 gennaio 2014

Il "barone nero" Roberto Jonghi Lavarini

 
Roberto Jonghi Lavarini ha 40 anni, è felicemente sposato con Veronica ed ha due figlie di 11 e 6 anni, Beatrice e Ludovica. Laureato in Scienze Politiche alla Università Statale di Milano, lavora come consulente immobiliare (compravendita e ristrutturazioni) nella società di famiglia ed è iscritto a diverse associazioni di categoria. Cristiano Cattolico praticante, fedele alla Tradizione, è Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e Volontario del Corpo Italiano di Soccorso del Sovrano Militare Ordine di Malta. Appassionato di storia, cultura, araldica, tradizioni religiose e popolari, enogastronomia e sagre paesane, è molto legato alle radici ed alla identità Walser (tedesco-vallese) della propria famiglia e fa parte del gruppo folkloristico del suo paese di origine, Ornavasso. Da sempre coerente militante di destra, è stato: Segretario del Fronte della Gioventù di Milano, Dirigente Provinciale del Movimento Sociale Italiano, Dirigente Regionale di Alleanza Nazionale e della Fiamma Tricolore della Lombardia, Consigliere Circoscrizionale e Presidente della Zona Porta Venezia, per due volte candidato alla Camera dei Deputati come Indipendente ne La Destra. Attualmente, per scelta, non ricopre alcuna carica politica e non è iscritto a nessun partito ma collabora con svariate associazioni culturali e testate giornalistiche, partecipando a diverse trasmissioni televisive come opinionista. http://www.robertojonghi.it/

 
Antica famiglia Walser (tedesco-vallese) della Vall d’Ossola, gli Jonghi Lavarini sono i legittimi discendenti dei nobili carolingi Crussnall primi signori feudali di Ornavasso, poi trasferitisi in Svizzera. Il Capostipite di questa importante Sippe germanica, storicamente presente in tutte le valli del Monte Rosa, è Jocellino I von Urnavas, citato nel 1275 come Visdomino di Naters. Da suo nipote Jocellino II “Jung” (il giovane), discendono appunto gli Jonghi von Urnavas che furono fra i promotori della colonizzazione walser delle Alpi, spingendosi, oltre il passo del Sempione, fino a fondovalle, a Casaleccio, Ornavasso e Migiandone, rivendicando la titolarità su quelle terre.  Nel 1486, il Vescovo di Sion, Iodico von Syllinen, Signore del Vallese e Principe del Sacro Romano Impero, rivendicando il legittimo dominio su quelle terre, nominò, suo Curatore, il Ritter (Cavaliere) Theodorus Jongh, riconoscendolo erede dei primi signori di Ornavasso  (poi trasferitisi nel Vallese) con lo spettante titolo di Freiherr von Urnavas. Già nel 1495, però, il Ducato di Milano ed i Visconti rientrarono definitivamente in possesso della Baronia di Ornavasso, accordandosi con le “locali genti alemanne” (Walser), alle quali venne concessa una larga autonomia.  Da allora i “todeschi Jonghi di Urnavas” sono sempre citati  negli eventi storici della valle. In particolare, nel 1575, Pietro ed Angelino Jonghi, partecipano alla costituzione degli Statuti di Ornavasso in quanto “cardenzari et uomini particolari di detto luoco”.  Nel 1605, gli Jungen Urnavas sono citati nel “Wappenbuch des Heligen Romischen Reichs” (registro degli stemmi del Sacro Romano Impero). Nel corso dei secoli possedettero molte terre agricole, pascoli, boschi, cave di marmo e palazzi signorili (ancora esistenti come quelli di Ornavasso, Vogogna e Piedimulera), imparentandosi con le più importanti famiglie del Verbano-Cusio-Ossola. Dal 1738 gli Jonghi furono sempre presenti nel Consiglio Generale dell’Ossola come Patriziato Aggregato. Nel 1900, S.M. Re Umberto I concesse al Nob.Cav.Ing. Cesare Jonghi di aggiungere al proprio cognome ed al proprio stemma anche quelli materni dei nobili Lavarini (famiglia di remota origine veneta, di medici ed impresari, decurioni e sindaci, citata fin dal 1575). http://www.genmarenostrum.com/pagine-lettere/letteraj/jonghilavarini.htm


Intervistiamo Roberto Jonghi Lavarini (41 anni, noto esponente della destra milanese, opinionista radio televisivo, ex dirigente del MSI e di AN, già presidente della zona Porta Venezia): uno "politicamente scorretto e senza tanti peli sulla lingua". D (domanda) – R (risposta) D - Ti abbiamo sentito alla Zanzara sotto il fuoco incrociato di Cruciani e Parenzo… R - Si, è un bel ring anche se alla radio è impossibile spiegare bene i concetti, difendersi e replicare. Mi dispiace solo essere stato obbligato a parlare solo del passato e non del presente, tantomeno del futuro. Comunque, sia chiaro: non mi vergogno affatto delle mie idee e non ho certo paura di esprimerle liberamente. Io non rinnego nulla e non mi tiro indietro davanti ad una sfida. Il mio giudizio storico sul Fascismo e Mussolini rimane assolutamente positivo. Anzi, a dirla tutta, di fronte alla attuale crisi dell’occidente, causata dalle speculazioni della plutocrazia internazionale, incomincio anche a capire ed a rivalutare certe scelte politiche ed economiche della Germania Nazional-Socialista. La storia del secolo scorso è tutta da riscrivere... D - Ti abbiamo anche letto sui giornali parlare di Grillini e Lepenisti… R - Ho semplicemente riportato dei fatti assolutamente noti: Marine Le Pen, in vista delle prossime elezioni europee del 2014, vuole giustamente costituire un fronte europeo dei popoli e delle nazioni, e, attraverso tutta una serie di contatti ed incontri,  cerca degli interlocutori affidabili anche in Italia. Mi hanno però assicurato, dalla sua segreteria politica, che non vi è e non vi sarà  mai alcun accordo con il Movimento 5 Stelle. Ad oggi, quindi, gli unici referenti ufficiali del Front National francese, rimangono solo la Fiamma Tricolore e La Destra che, non a caso, hanno ripreso ed accelerato il processo di riunificazione della destra sociale italiana. D - Infatti, sabato sarai a Roma alla rifondazione di AN lanciata da Storace… R - Quella di riesumare la vecchia Alleanza Nazionale è evidentemente solo una provocazione politica, rivolta soprattutto agli amministratori della omonima fondazione (che gestisce il patrimonio del MSI) ed ai Fratelli d’Italia: l’obbiettivo è, finalmente, quello di riunire, rinnovare e rilanciare la destra italiana, partendo dall’appello lanciato, a suo tempo, da Marcello Veneziani e dal  progetto Itaca. Urge un nuovo movimento anti-mondialista che difenda veramente l’identità, la sovranità, i sacrosanti interessi del nostro popolo e della nostra nazione. Bisogna fare massa critica, voltare pagina, chiudere con vecchi rancori e polemiche. Su questa strada obbligata (non solo dallo sbarramento elettorale del 4%), i nostri primi e naturali interlocutori non possono che essere gli amici di Officina per l’Italia. D - Veniamo a Milano, quale è il tuo commento sul Far West di Quarto Oggiaro? R - Conosco bene quel quartiere difficile e, durante la campagne elettorali, in mezzo a centinaia di cittadini assolutamente perbene, ho incrociato anche diversi pregiudicati, alcuni dei quali cercavano veramente di cambiare vita ma non è facile. Lo stato deve fare sentire tutta la sua autorità ed autorevolezza, innanzitutto dando risposte concrete (case popolari, asili nido, spazi per i giovani, sussidi per gli anziani, istruzione e supporto al mondo del lavoro) e secondariamente con una presenza costante e visibile delle forze di polizia. Per sradicare la criminalità ed il degrado, servono “il bastone e la carota”, ovvero legge ed ordine (anche “il pugno di ferro” quando serve) ma insieme a giustizia sociale. Ma in quella zona, è giusto ricordare che ci sono anche tanti esempi positivi: parrocchie, centri sportivi, associazioni culturali e di volontariato e tanta solidarietà. D - Quale è il tuo giudizio sui governi locali di Pisapia, Podestà e Maroni? R - Quello sulla giunta rossa del radical-chic Pisapia è assolutamente pessimo: ha diminuito fortemente la sicurezza ed il benessere dei milanesi, tartassato famiglie e commercianti, abbandonato le periferie, difeso solo zingari e leonkavallini, riempito di consulenze e soldi pubblici i propri compagni di merende. La giunta provinciale ha lavorato benino ma, contando veramente poco, non se ne è accorto nessuno. E dalla Regione Lombardia, dopo tutte le incoraggianti promesse elettorali di cambiamento di Maroni e della sua lista civica, sinceramente, mi sarei aspettato di più, ma è ancora presto per giudicare, diamogli ancora qualche mese. La verità è che in questa crisi sistemica della democrazia, i partiti e le assemblee elettive contano sempre meno e la classe dirigente selezionata è sempre più mediocre e meno autonoma. Bisogna tornare alla grande e buona Politica, fatta con disinteresse e passione, per la propria comunità, ognuno con le proprie idee. D - Ma quali sono le tue proposte concrete per uscire da questa grave crisi sociale? R – Grazie della domanda, finalmente parliamo di cose concrete! Le famiglie e le imprese italiane sono soffocate dalle tasse e dalla burocrazia, non si riesce più a lavorare e, in certi casi, nemmeno a sopravvivere. E per abbassare questa vessatoria e insopportabile pressione fiscale, oltre a fare tagli (e di carrozzoni inutili e sprechi ce ne sono ancora tantissimi), bisogna rivoluzionare il sistema economico dello stato, rivedere i trattati europei, riprenderci la nostra piena sovranità monetaria, nazionalizzare la Banca  d’Italia, vietare e punire severamente le infami speculazioni dell’alta finanza privata internazionale che sono la principale causa di questa crisi. D - Ora arriva il giochino del botta e risposta. Ad ogni nome che faccio voglio un definizione sintetica o un tuo commento veloce. D - Erich Priebke: R - Un soldato tedesco che ha ubbidito ad ordini superiori. Pace all’anima sua. D - Papa Francesco: R - Simpatico, comunicativo, nazionalpopolare ma io preferivo Benedetto XVI. D - Silvio Berlusconi: R - Un sincero anticomunista. Un grande uomo, con più pregi che difetti. D - Alba Dorata: R - Onore ai due giovani patrioti greci ammazzati dai sicari del mondialismo. D - Primavera Araba: R - Una tragedia. Io difendo i cristiani perseguitati ed in Siria sostengo Assad. http://destrapermilano.blogspot.it/2013/11/intervista-roberto-jonghi-lavarini-7.html

martedì 17 dicembre 2013

SCIENZE AUSILIARIE DELLA STORIA, GLI ORDINI DI CAVALLERIA


 
Il Conte Fernando Crociani Baglioni (insieme alla consorte, Contessa Simona) con il Principe Stephan Cernetic del Montenegro ed il Principe Guglielmo Giovannelli Marconi.
 
 
 
Mi congratulo vivamente e con grande ammirazione con l’Exc.mo Sr. D.  Francisco Acedo Fernández Pereira, e con tutti i curatori militari e civili, della Mostra organizzata a Madrid dal Ministero della Difesa del Regno di Spagna;  in quanto non è questa una mostra esclusiva per gli studiosi, per gli appassionati, per gli “addetti ai lavori”. E’ questa una mostra di alta cultura che coniuga l’interesse generale per la storia, per le sue scienze ausiliarie, con un’attenzione speciale, tradizionalmente propria del mondo castrense,  verso gli Ordini  militari e civili, sovrani e religiosi, dinastici e statuali, di merito militare, civile, culturale o di bneeficenza ;  il loro “diritto cavalleresco”  così contiguo  al “diritto nobiliare”, che unitamente alle scienze genealogiche,  a numismatica, vessillologia, faleristica, uniformologia, filatelìa, rappresentano la congèrie  disciplinare,  o se si vuole, interdisiciplinare dell’Araldica in senso lato, ovvero delle Scienze Ausiliarie della Storia.
Non può esservi infatti un’analisi scientificamente  approfondita della storia del Secondo, come del presente Terzo Millennio,  che possa prescindere dalla simbologia; cioè dai simboli araldici e cavallereschi che accompagnarono le epoche nella loro successione e interdipendenza; sia verso gli avvenimenti politici, sociali, religiosi, culturali, economici,  dinastici, diplomatici e  militari, nazionali, internazionali o locali, che le caratterizzarono.  Non v’è personaggio o corpo sociale, ecclesiastico, militare, accademico o politico, centrale o locale; non v’è dinastia, famiglia aristocratica o istituzione politica monarchica o repubblicana, che siano entrati nella storia, che non siano raffigurati dalla relativa arma o scudo, motto o impresa, dai loro titoli, gradi e dignità. Così fu per gli Ordini di cavalleria; quanto alla loro fondazione, alla loro natura giuridica, alla loro evoluzione e trasformazione al passo coi mutamenti istituzionali e politici, alle caratteristiche specifiche dei propri gradi, alla relazione stretta che ebbero con le istituzioni militari e i loro ceti e gradi; nonché al mutare del gusto estetico e artistico, delle mode e delle sensibilità condivise in ogni epoca storica.
La tradizione degli ordini cavallereschi affonda le sue radici all’epoca delle Crociate, al pieno Medioevo, agli albori del secondo millennio, quando l’Occidente cristiano e l’Europa nel suo complesso si difendeva e si batteva, e continuò a battersi nell’arco di tutto il millennio.  Contro l’espansione arabo-musulmana, saracena e successivamente turco-ottomana; sino ai nostri tempi in cui la nostra Civiltà occidentale sotto minaccia è chiamata a difendersi  contro l’attacco terroristico jahidista.  Eppure tutti, il grande pubblico di questo inizio di terzo millennio,  nelle monarchie o nelle repubbliche, negli stati nazionali o in quelli federali, qualsiasi cittadino, anziano lavoratore o giovane studente, che veda alla propria festività nazionale, sfilare le Forze Armate in parata,  può rendersi conto della suggestione delle decorazioni cavalleresche sul petto degli ufficiali, o appuntate sulle bandiere di guerra degli eserciti. E chiedersene il significato,  il valore simbolico,  e provarne il fascino che da sempre croci e medaglie destano nell’animo del cittadino animato da sincero patriottismo, ed acceso dal vincolo di spirito e di sangue che lo lega alla storia, al passato, presente e futuro della propria terra, della propria Patria, qualunque ne fosse la forma politica e  istituzionale di governo.
Infatti non v’è funzionario civile o ufficiale delle istituzioni castrensi, magistrato, professionista affermato  o imprenditore di successo, giornalista, scrittore, cattedratico o diplomatico di lunga carriera,  che non aspiri ad una ricompensa morale per il suo buon servizio reso nell’arco della vita professionale alla pubblica amministrazione o nelle forme più articolate e variegate, allo Stato, alla  propria nazione, al  sovrano legittimo o al  presidente legalmente, costituzionalmente eletto.
E queste ricompense si chiamano “Ordini”, in quanto sono istituzioni che emanano da un’autorità legittima, e si articolano in gradi, a seconda della rilevanza dei meriti specifici  (carriere specchiate o gesta  militari o civili), del valore personale più o meno eccezionale che il loro conferimento, indossandone le rispettive insegne,  intende  onorare; o del  rango del decorato, cittadino o straniero, di cui  l’insegna medesima  vuol testimoniare il prestigio  pubblico e  sociale, a livello nazionale o internazionale.
Da cui gli Ordini nella storia si andarono articolando per tipologie:   Ordini sovrani, come il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, detto di Rodi, detto di Malta.  Ordini Militari:  come gli Ordini di Santiago de la Espada (nei rami spagnolo e portoghese),  di Calatrava, di Alcantara e Contesa; l’Ordine del Cristo (nei rami Pontificio,  e della Corona Portoghese, assunto al mutamento istituzionale quale ordine di merito militare  dalla Repubblica Portoghese); l’Ordine Militare di Savoia (assunto al mutamento istituzionale quale Ordine Militare d’Italia dalla Repubblica Italiana).  Ordini di Collana, detti anche Ordini Supremi, caratterizzati da un’unica classe e per insegne  collare e placca :   a cominciare dai Supremi Ordini Pontifici del Cristo e  dello Speron d’Oro;  l’Ordine Supremo  del Toson d’Oro (nei due rami imperiali, dal Sacro Romano Impero, austriaco e spagnolo); l’Ordine Supremo della SS.ma Annunziata  (massima istituzione cavalleresca del Regno di Sardegna e poi d’Italia,  tuttora conferito dal Capo della Real Casa di Savoia );  l’Ordine dei Serafini, dell’Elefante Bianco,  etc.
Sovente gli Ordini di merito, istituiti in Europa nei secoli XIX  (ad imitazione della Legion d’Onore di Francia)  e vieppiù nel XX,  anche nelle nazioni extraeuropee, nei consueti sei gradi (cavaliere, ufficiale, commendatore, grand’ufficiale, cavaliere di gran croce – gran cordone, cavaliere di collare – gran collare), comprendono il grado massimo di Cavaliere di Collare, che richiama e in una certa misura sostituisce l’Ordine Supremo a classe unica di Collare.  E’ questo il caso dell’Ordine Piano, pontificio, che dal 1939 comprende il grado massimo di Cavaliere di Collare, che i Romani Pontefici conferiscono di prassi ai sovrani e capi di stato, anche non cattolici, laddove non sussistano i requisiti di meriti eccezionali verso la Santa Chiesa che comportino il conferimento del Supremo Ordine del Cristo o, a seguire, dello Speron d’Oro.   Tra gli ultimi insigniti del Supremo Ordine del Cristo furono:  S.M. il Re Vittorio Emanuele III, S.M. il Re Umberto II , S.E. il Generalissimo Francisco Franco,  S.M. il Re Baldovino, S.E. il Generale Charles de Gaulle, S.E. il Presidente  Antonio Segni, S.E. il Presidente Giuseppe Saragat, S.E. il Capitano Generale Principe del Drago, Comandante della Guardia Nobile, S.A.Em.ma il Principe e Gran Maestro Frà  Angelo de Mojana.
Sempre forte anche nella splendida, spettacolare Mostra militare madrilena la suggestione tradizionale,  il fascino che gli Ordini di Cavalleria in ogni epoca suscitano in tutte le generazioni, e come auspichiamo vivamente, nelle giovani e giovanissime, destando, traendo in ogni uomo e donna, con la forza  spirituale e l’insegnamento inesauribile dell’identità comunitaria e nazionale, l’etica   del  retaggio.
 
Sua Eccellenza Cavaliere di Gran Croce Prof. Fernando Crociani Baglioni
 
*Pubblicato nel catalogo dell’esposizione sugli Ordini cavallereschi nel dicembre 2011, a cura del Ministero della Difesa del Regno di Spagna .

lunedì 25 novembre 2013

Per una nuova aristocrazia europea.

 

Nobiltà ed Elite Tradizionali - Vent'anni dopo

 

   Venti anni fa, nel 1993, veniva presentata a Roma e Milano, con considerevole ripercussione sulla stampa, quella che sarebbe stata l’ultima opera scritta da Plinio Corrêa de Oliveira: «Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII». Oggi, gli avvenimenti sembrano dare nuova attualità al tema.  “In nome del Papa Re. Dai salotti la marcia sul Campidoglio”; “Professore brasiliano teorizza la controrivoluzione”; “La nobiltà al potere”; “Stemmi e corone rivendicano il potere”; “Un importante volume di Plinio Corrêa de Oliveira”. Ecco alcuni titoli apparsi sui giornali all’indomani del lancio in Italia del libro di Plinio Corrêa de Oliveira «Nobiltà ed élite tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato e alla Nobiltà romana» (Marzorati, Milano 1993).  “Stati generali dell’aristocrazia romana al completo”: così Il Tempo titolava il servizio sul lancio dell’opera a Roma, presentata nell’imponente Sala del Baldacchino di Palazzo Pallavicini, a due passi dal Quirinale. “Dobbiamo comprendere la portata dell’appello che sale dalla gente – ha sottolineato nella sua relazione il principe Sforza Ruspoli – il popolo vuole vedere incarnati i valori della preghiera, dell’azione, del sacrificio, che i nostri antenati santi, condottieri ed eroi testimoniarono a prezzo della vita”. A Milano, il libro è stato presentato a Palazzo Serbelloni, in concomitanza col Convegno Internazionale della Nobiltà Europea. A Napoli, la presentazione ha avuto luogo nell’Hotel Excelsior, alla presenza di S.A.R. Carlo di Borbone, duca di Calabria. Il successo è stato tale che anche la Repubblica ha dovuto ammettere tra i denti: “Napoli non ha mai perduto certi umori monarchici”. Il volume è stato successivamente presentato a Palermo, Padova, Firenze, Forlì, Tolentino, Torino, Verona, Genova, Gavi e altre città. L’opera di Plinio Corrêa de Oliveira, anche incoraggiata dal plauso internazionale, è stata pubblicata in 10 edizioni, tradotta in 6 lingue, diffusa in 32 paesi. Qual è il motivo di un tale successo? “Attualmente mi sembra che l’atteggiamento dell’opinione pubblica sulla nobiltà sia molto meno influenzato dagli errori della Rivoluzione francese di quanto non fosse fino a poco tempo fa”, spiegava Plinio Corrêa de Oliveira in un’intervista al mensile francese Le Nouvel Aperçu. In un mondo sempre più in rovina, in cui alla crisi economica si accompagna una crisi spirituale e culturale sempre più accentuata, sembra che molte persone cerchino sollievo elevando lo sguardo al simbolismo rappresentato dalla bellezza della Tradizione. Comincia a nascere in molti spiriti la nostalgia di un ordine naturale sano. Come il figlio prodigo, crescenti settori dell’opinione pubblica rimpiangono la rottura con la Tradizione, e anelano alla restaurazione della civiltà. Anelito che si manifesta, per esempio, nell’entusiasmo popolare per le feste di incoronazione e per i matrimoni dei reali.  Di fronte all’affermarsi di un certo pauperismo, la difesa delle legittime gerarchie – che altro non sono che un riflesso sociale della ricerca della bellezza e dell’eccellenza – diventa più attuale che mai. L’opera di Plinio Corrêa de Oliveira si staglia come un supremo sforzo in vista della salvezza della civiltà occidentale e cristiana. Ricordando un aspetto spesso trascurato del Magistero della Chiesa, il trattato intende proclamare la legittimità, anzi la fondamentale sacralità di una società gerarchicamente costituita, riscoprendo il ruolo delle élite, infondendo in esse il coraggio di riaffermare il loro tradizionale ruolo di influenza, tanto più necessario in un mondo come quello odierno in preda ad un disordine sempre più grande.

 

 Anticipando un tema del numero di dicembre della rivista Tradizione Famiglia Proprietà, ecco un articolo su questo importantissimo tema:

http://www.atfp.it/2013/111-dicembre-2013/885-ventanni-dopo.html

 

       Per eventuali richieste del libro, anche come originale regalo di Natale a qualche conoscente, al prezzo speciale di Euro 15,00, scrivete una mail a info@atfp.it oppure utilizzate l'apposito menu:

http://www.atfp.it/richieste-materiale.html

 

      Cordialmente, JULIO LOREDO
 
 

Newsletter dell'Associazione Tradizione Famiglia Proprietà — Novembre 2013 — 1


 
 

Vent’anni dopo

 

di Juan Miguel Montes

 

Nell’articolo “Resuscitando Darcy”, eloquente quanto ampio (un’intera pagina), pubblicato sul Corriere della Sera il 5 ottobre scorso, Maria Serena Natale scrive che “le monarchie non hanno mai goduto di tanta popolarità come nell’epoca della democrazia digitale: tra abdicazioni, matrimoni, scandali e incoronazioni in Gran Bretagna, Norvegia, Svezia, Danimarca, Spagna e Paesi Bassi attraggono attenzione mediatica e affetto sincero. Non è il risvolto politico che appassiona ma il velo lungo di Kate all’altare, quel mondo lontano di carrozze, fregi, stemmi e ricami. (…) Priva di quell’alone di sacralità, la repubblica non ha la stessa presa emotiva sulle masse. D’altronde quando la corona annulla le distanze dal mondo “borghese” nel tentativo di modernizzarsi, perde mordente. E il caso dei reali svedesi, che negli ultimi 25 anni sono scesi dal 90 al 60 per cento nei consensi”.

 

Un fatto da constatare

L’articolo mette con acutezza il dito nella piaga di luoghi comuni denigratori che, a partire dalla Rivoluzione francese, prevalgono sulle aristocrazie. Tuttavia c’è un fatto: nonostante l’onnipresente e martellante ripetizione che se ne fa, essi non sembrano riuscire a mutare a fondo l’animo umano. La giornalista del Corriere della Sera aggiunge significativamente che il fenomeno da lei descritto si accentua ancor più in momenti di crisi, di mancanza di fiducia, di caos, come quello in cui viviamo. Si potrebbe pensare a semplice futilità, invece ciò riflette il profondo desiderio dello spirito umano di essere appagato dal mistero, dal trascendente e, persino, dal meraviglioso. Un’aspirazione questa che nessun discorso sui beni materiali o sulle novità tecnologiche potrà mai soddisfare.

Secondo la Natale il voler “annullare le distanze” per “modernizzarsi”, fa perdere “mordente” alle monarchie e riporta l’esempio di ciò che è accaduto in Svezia: la dinastia, negli ultimi anni, imborghesendosi ha perso, di conseguenza, sempre più consenso. Questa, in realtà, è una constatazione che vale non solo per le monarchie ma anche per altri ambiti, quali, ad esempio, la liturgia e l’architettura. Insomma, è una esigenza che trapela proprio dal popolo comune, il quale sovente si stanca del grigiore massificante e degli appiattimenti cui è costretto, manifestando prima o poi l’anelito all’esatto opposto.

 

 Un libro storico

Venti anni fa, nel 1993, alla fine di ottobre, venne presentata a Roma, con considerevole ripercussione sulla stampa, quella che sarebbe stata l’ultima opera scritta da Plinio Corrêa de Oliveira. Parliamo del saggio: “Nobiltà ed élites tradizionali analoghe nelle allocuzioni di Pio XII”. Il pensatore brasiliano, prendendo spunto dal magistero di papa Pacelli e discernendo l’esaurimento della spinta propulsiva al discorso ugualitario imposto dalla Rivoluzione Francese in poi, invitava l’aristocrazia ed élites tradizionali analoghe ad una ripresa del loro ruolo di servizio al bene comune, al fine di illuminare come un faro il resto del corpo sociale con le loro eccellenze culturali e morali, in tempi che già si preannunciavano di crescente confusione e oscurità.

“Oggi – asseriva il filosofo cattolico – gli errori della Rivoluzione del 1789 vanno ‘invecchiando’ e perdendo influenza. Ciò non significa che tale influenza sia piccola, ma è minore di un tempo e tende a diminuire sempre di più”.

L’evento, svoltosi nella magnifica cornice di Palazzo Pallavicini a Roma, allarmò la Repubblica, diretta da Eugenio Scalfari, pontefice massimo del secolarismo sinistrorso, finendo in prima pagina, nella cronaca interna e nel fondo. Un altrettanto noto quotidiano della Capitale, Il Tempo, salutava, al contrario, con beneplacito la monografia di Plinio Corrêa de Oliveira. Dopo aver qualificato l’autore come “maître à penser della Destra”, ne riconosceva il merito avuto nel riproporre, in termini originali, un valido invito all’impegno di un ceto singolarmente vocato al servizio della società. Un’idea, questa, rafforzata, secondo la cronaca del quotidiano romano, dal Cardinale Alfons Stickler che, in conclusione del convegno, affermò: “Come i triari romani che, marciando alle spalle delle legioni, erano capaci di ribaltare la disfatta in vittoria, così l’aristocrazia deve sapere trasfondersi nell’animazione cristiana della società”.

 

Due opzioni preferenziali armoniche

È questo un discorso valido nel mondo di oggi e nell’ambito di una “Chiesa dei poveri e per i poveri”, si domanderà qualcuno? È ragionevole chiedere, come faceva l’autore del saggio, un’azione anche pastorale in favore delle élites che si affianchi alla giusta e ampia azione per i bisognosi, all’opzione preferenziale per i poveri, come era solito dirsi allora?

Tralasciando il fatto che anche le élites sociali si trovano, non di rado, impoverite nell’attuale contesto storico, Plinio Corrêa de Oliveira sottolineava che una eventuale opzione preferenziale per i nobili non esclude quella per i poveri, e l’una non si contrappone all’altra, come insegna Giovanni Paolo II: “Sì, la Chiesa fa una opzione preferenziale per i poveri. Una opzione preferenziale, si badi, non dunque un’opzione esclusiva o escludente, perché il messaggio della salvezza è destinato a tutti”. Entrambe le opzioni rappresentano modi diversi di manifestare il senso di giustizia e carità cristiana che sole possono affratellarsi nel servizio dell’unico Signore, Gesù Cristo, che fu modello dei nobili e dei poveri. Queste parole servano di chiarificazione per coloro i quali, animati dallo spirito della lotta di classe, ritengono che esista una relazione inevitabilmente conflittuale tra il nobile e il povero.

L’autore brasiliano poneva l’accento, alla maniera dell’agere contra ignaziano, sulla prevalente tendenza utopica e demagogica che pretende di appiattire tutti in una massa ugualitaria e anonima. Qualcosa che equivarrebbe a negare la realtà che ci mostra come - al di là della essenziale uguaglianza di tutti gli uomini - sono legittime e necessarie le diseguaglianze causate dagli accidenti. Infatti, Pio XII, nel Radiomessaggio del Natale 1944, insegnava che “le ineguaglianze provenienti da accidenti come le virtù, il talento, la bellezza, la forza, la famiglia, la tradizione ecc., sono giuste e conformi all’ordine dell’universo”.

 

 

Rinasce l’egualitarismo utopico?

Tale dottrina delle giuste ineguaglianze fu sostenuta da san Tommaso come un bene di per se stesso, in quanto riflesso dell’ordine della Creazione e una via per conoscere ed amare il Creatore. In seguito, essa è stata ribadita da un lungo magistero pontificio in cui armonicamente trovano posto e legittimazione grandi, medi e piccoli in un ordine sociale che – sebbene debba fornire condizioni degne e giuste per tutti - non deve mai puntare al livellamento totale.

Come si sa, il discorso egualitario dal sapore marxista è stato apparentemente superato dal crollo dell’impero comunista. Tuttavia esso viene riproposto in modo ricorrente da tendenze, persino cattoliche, che vorrebbero trasformare anche la Chiesa in un campo di battaglia di “oppressi” contro “oppressori”, aggiornando così la teoria della lotta di classe, nonostante si cerchi opportunisticamente di negare l’apparentamento originario a Marx, figura ormai screditata, per associarla a un presunto obbligo religioso.

Una grande occasione di propaganda i neo-egualitari la trovano or ora in certe situazioni createsi con la crisi finanziaria ed economica internazionale, certamente originata anche da azioni profondamente immorali, ma che non si risolve affatto attingendo a ricette egualitarie bocciate dalla storia, dopo che esse hanno dimostrato la loro intrinseca incapacità di migliorare le condizioni di vita. Un fatto dovuto proprio al diniego utopistico delle legittime differenze presenti nell’ordine naturale e sociale.

Ma il discorso neo-egualitario trova conferma nella realtà attuale?

 

 Le nazioni più avanzate non sono ugualitarie

L’opera di Plinio Corrêa de Oliveira segnalava il carattere organico e naturale della formazione di un’élite dirigente storica e a conferma di ciò mostrava come anche nei modernissimi Stati Uniti, una nazione nata repubblicana, si siano formate famiglie eminenti che fanno di questo Paese una realtà largamente aristocratica e tendenzialmente tradizionale. Altroché mito degli Stati Uniti, nazione super-egualitaria. Ciò conferma un’altra constatazione sull’ordine naturale già messa in evidenza da Papa Pacelli: “Anche nelle democrazie di fresca data e che non hanno dietro di loro alcun passato di vestigio feudale, si è venuta formando, per la forza stessa delle cose, una specie di nuova nobiltà o aristocrazia” (Allocuzione al Patriziato e alla Nobiltà romana, 1947).

A questo punto sarebbe da domandarsi se un analogo processo di ricreazione dell’élite sociale e culturale non stia avvenendo ora persino nella ex Unione Sovietica, cioè in quello che fu un gigantesco laboratorio per la costruzione della società assolutamente ugualitaria. A parte la prevalenza socio-economica di personalità di origine più o meno dubbia, a volte fortemente coinvolte nella realtà comunista precedente, è un fatto noto che vecchi rappresentanti della nobiltà in esilio siano tornati da Londra e Parigi a Mosca e San Pietroburgo, dove hanno trovato accoglienza ed affetto sia nel popolo sia nei circoli culturali e religiosi più importanti della Russia, i quali vedono in loro genuini rappresentanti di una identità che i bolscevichi cercarono di cancellare.«Chassez le naturel, et il reviendra au galop» dicono i francesi.

 

 Nessuno è immune dal lustro della tradizione

Si sa, inoltre, che i nuovi ricchi russi e cinesi sono i maggiori datori di lavoro di maggiordomi laureati in esclusive accademie londinesi. Trattasi di persone di notevole formazione culturale, capaci non solo di organizzare eventi sociali e di coordinare il personale di servizio, ma in grado di parlare ottimamente le lingue e discorrere sui più svariati argomenti storici e di attualità, con quell’elevata raffinatezza raggiunta in genere nell’Europa occidentale e, in specie, dalle casate gentilizie britanniche. Ed è proprio questo, a parte naturalmente la ricchezza, che molti tra i nababbi dei paesi emergenti vorrebbero trasmettere ai propri discendenti, riconoscendo così la superiorità della tradizione sul mero potere del denaro. Del resto, non a caso Papa Pacelli diceva ai nobili nel saluto annuale del 1958 che persino chi “ostenta noncuranza e forse disprezzo per le vetuste forme di vita, non va del tutto immune della seduzione del lustro”.

Da qui l’attualità e persino la nota di preveggenza presente nel pensiero di Plinio Corrêa de Oliveira. Nonostante l’involgarimento generalizzato e l’appiattimento indotto, forse anche proprio a causa di questo, vasti settori dell’opinione pubblica si aprono sempre di più a tendenze e idee contrarie all’andazzo corrente. Parlando del ruolo della “Nobiltà e delle élites tradizionali analoghe”, egli non pensava certo alla ripresa del ruolo, come corpo costituito, nella direzione dello Stato che la nobiltà aveva avuto in passato, dalla difesa militare alla diplomazia alla magistratura, bensì di mettere al servizio del bene comune “il suo inestimabile capitale di principi, di tradizioni, di stili di vita e di modi di essere, la cui perdita andò in detrimento delle altre classi sociali, passate a vivere sotto l’influenza criticabile e, a volte, perfino ridicola dei nuovi ricchi”.

Questo, e non altro, era poi il fulcro delle allocuzioni rivolte da Papa Pacelli alla nobiltà e al patriziato romano: utilizzare le risorse che restano loro per avviare un nuovo corso di elevazione culturale, morale e religiosa in beneficio di se stessi e del resto della società.

 

       

 

giovedì 21 novembre 2013

La famiglia imperiale Romanov festeggia i 400 anni dall'ascesa al Trono di Russia.


 
 
Sua Altezza Imperiale il Granduca Giorgio Michele di Russia festeggerà i 400 anni dell'ascesa al Trono della Famiglia  Romanov, con una grande festa benefica che si terrà a Bruxelles, con la partecipazione di diverse "teste coronate" oltre che di rappresentanti di tutta l'autentica aristocrazia europea ed asiatica. Infatti, il legittimo erede al Trono di tutte le Russie, è un perfetto esempio di riuscita integrazione (culturale e religiosa) Euro-Asiatica, essendo figlio di Sua Altezza Imperiale il Principe Francesco Guglielmo di Prussia e Germania e di Sua Altezza Imperiale la Granduchessa di Russia, Maria Vladimirova (figlia dell'ultimo erede maschio della dinastia Romanov, il compianto Gran Duca Vladimiro Cirillo). Il giovane principe russo-tedesco è un moderno paladino della Tradizione ed uno strenuo difensore delle radici cristiane dell'Europa. Allo storico evento internazionale parteciperà anche una delegazione italiana guidata da Sua Eccellenza il Principe Don Guglielmo Giovannelli Marconi. Con lui, esponente della aristocrazia più tradizionalista e patriottica, sono stati invitati, non a caso, anche il Nobile Mario Filippo Brambilla di Carpiano ed il Nobile Roberto Jonghi Lavarini Freiherr von Urnavas.
 
 

lunedì 18 novembre 2013

Paolo Barbaccia Viscardi

 
 
Il Conte Paolo Barbaccia Viscardi, appassionato studioso di storia, Tradizione, araldica, ordini cavallereschi (in particolare di quello teutonico), dirigente monarchico ed autentico patriota.